“Ascoli, l’esempio: bene Vis e Samb”

L’intervista al ds marchigiano Simone Giacchetta, ex ds della Cremonese in Serie A. Ora in vacanza a Marina di Montemarciano

di Gianluca Fenucci

«Per 5 anni il mio pranzo è stato un panino e una bottiglietta d’acqua. Viaggiavo in treno da Fabriano a Senigallia o da Ancona a Civitanova: tanti sacrifici che quando ami il calcio non ti pesano e ti sembrano bellissimi anche quelli». Simone Giacchetta si gode qualche giorno di mare a Marina di Montemarciano dove ha casa. Potrebbe essere alle Maldive ma sceglie per qualche giorno di condividere mare e sole con i suoi genitori. Si parla di calcio a tutto tondo e il taccuino potrebbe stare aperto per ore, tanti sono gli aneddoti e gli appunti da prendere. Nella stagione appena conclusa Giacchetta era il direttore sportivo della Cremonese in serie A: è finita con una sfortunata retrocessione ma per lui è stata comunque un’annata da cui trarre esperienze utili.

«Sono di Ancona, del Piano, abitavamo in via Torresi dietro il mercato – dice Giacchetta – col terremoto ci siamo trasferiti a Fabriano, dove sono rimasto fino alla fine della scuola media. Giocavo con la Fortitudo ma poi mi sono iscritto all’Alberghiero di Senigallia ed è cominciata la mia vita in treno. Sono stati anni di grandi sacrifici ma quando ami il calcio, quando il pallone è la tua unica passione, vedi solo il bello, non ti pesa nulla, la sofferenza è tua alleata, il sacrificio è tuo compagno di vita». Giacchetta aveva la nonna ad Ancona e così negli ultimi 3 anni della scuola superiore ha vissuto da lei. «Poi mi prese la Civitanovese, facevo il settore giovanile e mister Gambogi mi portò in prima squadra, in serie C. Era il Citanò dei presidenti Traini e Torresi e di Ruggeri, mi pagavano l’abbonamento del treno, facevo l’attaccante e segnavo. Feci gol la prima di campionato col Celano e ne misi insieme 10, fino a che si realizzò un grande sogno, mi acquistò il Napoli. Giocare con Maradona a 19 anni è stato fantastico, era il più forte di tutti, più di Messi che è comunque un marziano. Feci gol all’esordio in serie A: Napoli-Atalanta 1 a 0. Vincemmo la Coppa Uefa e fu un anno da sogno. Poi andai in prestito al Taranto con Ermanno Pieroni direttore sportivo e l’anno dopo a Reggio Calabria, dove non volevo andare ma che invece divenne una grande storia d’amore”.

«Appena arrivato ebbi difficoltà: la gente aspettava i miei gol ma avevo 20 anni e non segnavo. Alla scadenza del contratto sono rimasto fermo 6 mesi, senza squadra, poi si infortunò Toscano e la Reggina mi reintegrò. Divenni prima un jolly, poi un difensore vero: vincemmo la B e in serie A fu bellissimo. Sbocciò l’amore». Giacchetta giocò anche 3 anni al Genoa, un anno al Torino e a 37 anni chiuse una carriera gratificante da calciatore. Il presidente Foti gli diede la possibilità di continuare in un altro ruolo. «Ho fatto un anno l’osservatore in giro per il mondo, poi 5 anni il responsabile del settore giovanile e poi 5 anni il DS e responsabile dell’area tecnica. Nel 2010 ho avuto una grave malattia e la famiglia della Reggina mi è sempre stata vicino. Il calcio mi ha dato una grande mano. Nel 2013 la Reggina fallì e andai all’AlbinoLeffe, un piccolo grande club che divenne una bella favola e mi diede la possibilità di andare alla Cremonese con la famiglia Arvedi».

Anche con i grigiorossi, Giacchetta ha scritto pagine importanti: 5 anni alla Cremonese, due promozioni dalla B alla A, una finale playoff, 2 anni di serie A, una semifinale di Coppa Italia. «Una grande esperienza, peccato la retrocessione immeritata. Sto pensando – dice Giacchetta – che sono andato via da Fabriano che avevo 14 anni e a 57 devo ancora ritornarci. A Reggio Calabria ho trovato tutto: calore, stima, affetto. Nel calcio professionistico ci vuole tanto carattere, devi essere costante e tosto ed avere una forte mentalità». Con l’ex diesse della Cremonese inevitabile parlare del calcio marchigiano.

«Ho sempre sognato di giocare nell’Ancona fin da quando abitavo dai nonni. Sono lontano parente di Mirco Ventura e il suo gol allo spareggio lo ricordo ancora oggi. Ero tifoso dell’Ancona, andavo al Dorico, c’era la C1, subito dopo Mascalaito. Era l’Ancona forte che vinceva la C. Un peccato che non riesca a tornare tra i prof perché farebbe bene anche al territorio: il calcio crea aggregazione, entusiasmo. L’Ascoli è un esempio. Fin da Rozzi e Mazzone guardavamo quella squadra con ammirazione anche per la grande tifoseria. Ora è tornata in B ed è un ottimo livello; mi piace molto l’allenatore Tomei che non conosco ma si vede che ha idee e carattere. La B è dura ma l’Ascoli può fare bene. Anche Samb e Vis Pesaro vanno applaudite. La Samb ha una grande storia fin dal mitico stadio Ballarin. Il calcio sta subendo una trasformazione clamorosa rispetto al passato: ci sono meno soldi e bisogna farlo con idee ma Ascoli in B, Samb e Vis Pesaro in C sono segnali importanti di risveglio. Seguo con interesse anche i calciatori marchigiani: Gabrielloni a Como è un’icona, un idolo, il chiaravallese Cacciamani sta facendo passi da gigante e il futuro gli sorride».

E poi il discorso scivola su Vardy. Come ha fatto Simone Giacchetta a portarlo a Cremona? «Volevamo un attaccante forte, che regalasse entusiasmo alla piazza. Vardy voleva fare un’esperienza in Italia. All’inizio sembrava impossibile, invece lui si è appassionato al progetto, ci chiedeva della storia, della geografia della città. E’ venuto con tanta umiltà – dice Giacchetta – e per noi è stato un colpo da 90. Vardy è una leggenda del calcio inglese e internazionale: fino a 25 anni faceva l’operaio a Sheffield nelle acciaierie ed aveva questa cosa in comune con Arvedi che è il re dell’acciaio. Jamie è un uomo che ce l’ha fatta, nonostante facesse l’operaio. Ha vinto la Premier con Ranieri, ha giocato in Nazionale; è una leggenda paragonabile a Paolo Rossi o Baggio. Ha una mentalità super, è un trascinatore, non si risparmia mai, combatte contro tutti».

Con Simone Giacchetta si parla poi dei calciatori migliori con cui ha giocato e che ha avuto alla sue dipendenze. «Dopo Maradona, in assoluto il numero 1, Pirlo alla Reggina, Kallon, Baronio; a Reggio fece benissimo anche il marchigiano Possanzini. Tra quelli che ho preso certamente Acerbi che giocava in C a Pavia, Canestrelli che dall’AlbinoLeffe è arrivato in A, Gelli che ha vinto la B 4 volte ed ora è al Frosinone». E poi gli allenatori. «Pecchia, Alvini, Giovanni Stroppa, anche Nicola e Giampaolo sono belle persone e ottimi allenatori. Tra quelli che mi hanno allenato cito Colomba. Mi piacciono i tecnici moderni che hanno idee propositive, che insegnano a giocare, che non hanno paura a costo di perdere qualche partita». Il taccuino si chiude: con Simone Giacchetta si potrebbe parlare di calcio per ore intere ma a due passi c’è il mare azzurro e il sole bollente. Ci si tuffa nell’Adriatico, non saranno le Maldive ma ci si può accontentare. Cosa c’è di meglio? «Solo il calcio!».

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