Lo studio dell’architetto stettempedano Luca Maria Cristini
Le pietre silenziose dell’Abbazia di Valfucina, millenario insediamento benedettino che ha dato origine al Castello di Elcito oggi all’interno della Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, tornano a parlare. Grazie a un’innovativa ricerca che ha intrecciato l’analisi di quasi quattrocento pergamene storiche con lo studio dei modelli edilizi benedettini, è stato possibile ricostruire l’originale configurazione planimetrica del complesso e svelare, quindi, segreti rimasti sepolti per secoli sotto trasformazioni agricole e stratificazioni moderne.
Lo studio, condotto dall’architetto settempedano Luca Maria Cristini, ha tracciato un parallelo con la vicina e integra Abbazia di Valdicastro. Questa comparazione ha permesso di ipotizzare con precisione la funzione degli attuali edifici rurali che circondano la chiesa, gettando nuova luce su diverse aree del complesso.
“Le vicende che dalle origini, verosimilmente risalenti al X secolo, hanno interessato l’antichissimo monastero di Valfucina – spiega Cristini – hanno prodotto tali e tante trasformazioni da cancellare quasi ogni traccia del passato, in particolare quelle riguardanti le scene di vita monastica. Le pergamene, per lo più contratti di compravendita e affitto, ci hanno però permesso di comprendere i momenti salienti e formulare ipotesi per le quali abbiamo a disposizione anche un altro importante strumento, fino ad oggi non tenuto nella dovuta considerazione. Si tratta di quella standardizzazione edilizia di questi complessi che discendeva da diversi fattori: in primo luogo dalla medesima regola, dalla continua osmosi delle idee legata alla circolazione dei monaci, dal confronto che gli abati avevano negli annuali capitoli generali, dal fatto che si suppone che nell’ordine vi fossero dei monaci capomastri consapevoli dei principi riformati del monachesimo cluniacense. Questo fenomeno deve aver interessato anche le nostre realtà territoriali e ciò si rivela ancor più vero, come è ovvio, per realtà geograficamente e cronologicamente vicine. È noto che l’Abbazia di Valfucina visse il momento di maggior prosperità nel secolo XIII, intorno alla metà del quale, dopo un rovinoso incendio forse dovuto ad un’incursione ordita dal Comune di San Severino Marche, l’insediamento ebbe una radicale ricostruzione. Basandosi sulla logica di questo “planning modulare d’origine bernardina”, per dirlo con le parole della storica Angiola Maria Romanini, si è potuto fare un parallelo con una vicina fondazione benedettina giunta a noi quasi completamente integra com’è quella di Valdicastro. Ne sono scaturite ipotesi, che come tali debbono essere considerate, in quanto la loro effettiva validità si potrà verificare solo con ulteriori indagini, come è avvenuto di recente per la chiesa”.

In particolare i risultati dello studio ci dicono che il braccio orientale del monastero fosse in continuità strutturale col transetto meridionale della chiesa, contenendo al piano superiore le celle dei monaci e al piano inferiore la sala capitolare. Se così fosse, le mappe catastali storiche proverebbero che la struttura muraria di quest’ultimo sia stata distrutta non prima del secondo dopoguerra, rendendo possibile la costruzione della nuova stalla.
Il braccio sud della struttura abbaziale, che di norma conteneva al piano terra le cucine, il refettorio e altri locali utilitari, era in esatta corrispondenza con l’attuale lunga schiera di abitazioni coloniche. Queste probabilmente furono costruite – e ricostruite dopo il rovinoso terremoto del 1799 – sulle fondamenta dell’edificio monastico. Di ciò abbiamo preziosa testimonianza nella relazione dell’architetto Clemente Moghini, redatta pochi giorni dopo il sisma, e dall’analisi apparati murari.
“Molto interessante, ai fini della comprensione dello sviluppo planimetrico del monastero – ricorda poi Cristini – è l’attuale fienile adiacente alla facciata della chiesa, le cui murature di base evidenziano una chiara origine medievale. L’ipotesi è che questo sia stato costruito nello spazio che originariamente era il chiostro monastico, le cui murature di base sarebbero quindi state sfruttate come fondamenta per il nuovo edificio. All’interno del fienile, sul lato orientale, si può ancora vedere quella che si ritiene la traccia dei pilastri delle arcate del chiostro. È fuori di dubbio che la conoscenza dell’originale sviluppo planimetrico del monastero possa essere un’irrinunciabile guida un auspicabile recupero funzionale dell’intero complesso, che si sta finalmente avviando con l’imminente restauro della chiesa”.
La comprensione dello sviluppo planimetrico originale sarà, insomma, una guida irrinunciabile per restituire dignità e senso a un luogo che per secoli è stato faro di spiritualità e cultura nel territorio.

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