Porto Recanati, lo strazio dei soccorritori: dalle lamiere solo la voce di un bimbo che chiamava “Gianluca”

Il marocchino alla guida dell’Audi non assicurata era ubriaco e drogato. Era stato arrestato due volte per droga: 4 anni fa e nel 2018

Il maschietto, il più piccolo della sfortunata famiglia che Gianluca Carotti e Elisa Del Vicario avevano ricostruito, era cosciente all’arrivo dei soccorsi. Piangeva e chiamava “Gianluca”. Otto anni, la paura, la confusione e la consapevolezza, straziante, che in quello che restava della loro Peugeot la sua era l’unica voce che aveva ancora un suono. Perché Gianluca e Elisa, gli adulti, erano morti sul colpo, mentre la femminuccia non era cosciente. E non lo è ancora, sul letto dell’Ospedale Salesi di Ancona, dove si trova ricoverata in coma farmacologico e in gravi condizioni. Per lei, oggi, prega anche chi non ha mai rivolto parole al Cielo.

Fuori dalle lamiere di quell’auto, invece, le grida e le lacrime dell’altra famiglia coinvolta, una coppia di amici di Gianluca e Elisa che ha tragicamente visto tutto. Un incubo tristemente vero: l’Audi che a folle velocità invade la corsia opposta e travolge la piccola Peugeot dove viaggiava quella famiglia con cui avevano trascorso una serata in allegria. Poi le sirene, le luci delle ambulanze e dei mezzi delle forze dell’ordine, la gente che cominciava ad arrivare provando a dare una mano.
E infine le grida. Quelle di Marouhane Farah e dei suoi due connazionali. Pare che pretendessero di essere trasportati in ospedale, che inveissero contro gli stessi soccorritori e che assumessero atteggiamenti minacciosi e spavaldi. Le analisi e gli esami confermeranno, poi, che almeno Farah (il trentacinquenne che si trovava alla guida) era non solo ubriaco, ma anche drogato. Nello strazio di quel film dell’orrore, i soccorritori hanno dovuto pure pensare all’incolumità dei tre, perché non è mancato chi tra le persone accorse ha pensato di fare giustizia in solitaria.

La giustizia. Quella divina, decisamente difficile da individuare anche per chi ha il dono della fede in una vicenda in cui i buoni muoiono e i balordi gridano e inveiscono. E la giustizia terrena: quella che già quattro anni fa si era occupata di Marouhane Farah. Il marocchino era stato arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti, qualche giorno di carcere e poi di nuovo libero di farlo ancora. E l’ha rifatto. L’anno scorso, infatti, il ragazzo era finito di nuovo in manette nell’ambito di una operazione antidroga che aveva portato al sequestro di oltre 200 kg di stupefacenti. Sei mesi di carcere, poi i domiciliari e, infine, l’obbligo di firma.
Doveva firmare Marouhane Farah. Ma c’era qualcosa che non aveva mai firmato: il contratto assicurativo della potente e costosa Audi con cui andava in giro. Viene da chiedersi come sia possibile che nessuno si sia mai accorto che l’auto così vistosa di una persona che avrebbe dovuto essere sorvegliata a vista girava senza le dovute coperture. Ieri, dopo la tragedia, nella sua abitazione di Monte San Giusto è stata effettuata una perquisizione, con le forze dell’ordine che hanno trovato un panetto di hashish, oltre a diversi oggetti che potrebbero risultare rubati. E sembra che anche all’interno dell’Audi vi fossero attrezzi da scasso, tanto che non si esclude che i tre stessero allontanandosi a gran velocità dal luogo di qualche furto.

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