Lotta quotidiana al Covid in ambulanza e reparto: il racconto di Mattia e Federico

Le esperienze dei due professionisti in questi due anni di pandemia: “All’inizio non si sapeva cosa stessimo affrontando, oggi grazie ai vaccini è solo una brutta influenza”

di Maikol Di Stefano

Mancano poche settimane, prima che la situazione pandemica e questo Coronavirus compiano il secondo anno di vita per come lo abbiamo conosciuto. Un periodo nel quale, ad essere stati messi sotto pressione, sono stati diversi settori lavorativi, ma sicuramente più di tutti quello sanitario e tutti gli altri che orbitano intorno al proprio operato.

Se è vero che il Covid ha cambiato per sempre la vita di ognuno, resta altrettanto vero che in chi lavora all’interno di ospedali, Covid center e cliniche private, tale cambiamento sia avvenuto ancora più repentinamente e senza sosta. E’ la storia di Mari Mattia, 28enne elpidiense, che dal 2020 lavora all’interno della Croce Verde nei comuni di Porto Sant’Elpidio, Monte San Giusto e Montefiore. “Oggi c’è meno paura, ma più attenzione al contagio e al virus. Tra marzo e aprile 2020, quando la pandemia è esplosa, andavamo tutti alla cieca. Le persone avevano molto timore, c’era un nemico che si chiamava Coronavirus, ma nessuno sapeva veramente di cosa stessimo parlando. – spiega il giovane – Sono stati periodi in cui ogni chiamata d’emergenza che ricevevamo portava all’uscita in ambulanza, ma non sapevi bene cosa stessi andando ad affrontare; se un paziente contagiato dal virus o altre problematiche”.

Un caos, quello dei primi mesi pandemici, segnati dal lockdown quasi totale che nell’ambiente dell’assistenzialismo a cascata ha colpito tutte le figure impegnate. “È stata una trincea, vissuta sempre bardati con le tute anticontagio, il distanziamento e il timore. Io mi sono contagiato proprio durante quel periodo, ma all’epoca lo stesso tracciamento era difficile da eseguire. – racconta Mattia – Non c’erano tamponi e quando i sintomi erano leggeri, all’inizio, non si era sicuri fosse Covid. Qualche linea di febbre, la spossatezza e la perdita degli odori mi hanno messo in allarme, la conferma l’ho avuta solo tempo dopo quando da un esame sierologico hanno trovato degli anticorpi sviluppati nel mio sangue”.

Un’esperienza ,quella vissuta sul campo dal 28enne, che fortunatamente oggi conferma i passi avanti fatti grazie alla vaccinazione e all’esperienza maturata da ognuno. “A distanza di due anni, grazie alla campagna vaccinale, un tracciamento più sviluppato ed un triage iniziale che già al centralino ci permette di capite che tipologia di ‘paziente’ abbiamo dinanzi, sicuramente è più facile questo periodo di convivenza. – conclude Mattia – I casi sono aumentati esponenzialmente, ma gli interventi che portano al trasporto ospedaliero fortunatamente sono sotto controllo”.

Federico Scano

Il Covid però c’è, anche chi lo ha vissuto non solo sulla sua pelle o sulla “strada”, ma anche in reparto come Federico Scano, 30enne d’origine sarda, ma trapiantato sul litorale elpidiense da oltre dieci anni. “Durante la prima ondata, lavoravo all’interno di una struttura per anziani. Non è stato facile durante i mesi di lockdown spiegare agli ospiti che non potevano vedere più i loro parenti. Avevamo persone anziane, alcune con patologie particolari. Siamo stati ferrei e bravi, riuscendo a preservare loro e noi. – Spiega l’operatore socio sanitario – Purtroppo poi dopo il primo rilassamento, a settembre 2020 agli arbori della seconda ondata, proprio il ritorno ai contatti ha scatenato un focolaio che ha contagiato ben tredici ospiti della struttura. Siamo stati costretti a chiudere, gli anziani trasportati in un Covid hospital e qualcuno di loro purtroppo non ce l’ha fatta”.

Traspare l’emozione e la durezza di quanto vissuto dal racconto del 30enne. “Sono tornato subito a cercare di dare il mio contributo, oggi lavoro in un clinica privata a Civitanova che è stata per un periodo anche Covid center. – spiega l’operatore – Oggi si sta tornando piano piano alla normalità, nonostante l’emergenza sia sempre dietro l’angolo. Siamo costantemente monitorati, vaccinati e tamponati ogni quattro giorni. Nonostante questo capita che colleghi si contagino, che il virus torni a colpire. Io stesso sono appena uscito dalla malattia dopo aver contratto Omicron, nonostante la terza dose già somministrata. Combattiamo un nemico subdolo ed invisibile che si nutre solo ed esclusivamente del nostro abbassare l’attenzione. Fortunatamente per molti di noi grazie ai vaccini e alla giovane età, oggi il virus è un brutta influenza, ma che lascia strascichi sul fisico e nella testa. L’attenzione e l’allerta va tenuta altissima per rispetto tutte quelle categorie e fasce d’età dove il virus può fare danni gravi o addirittura irrecuperabili”.

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