“Sono distrutto. Chiedo scusa a tutti. Se mi fossi reso conto che non era in grado di guidare, non gli avrei permesso di mettersi al volante”
“Se avessi avuto la benchè minima percezione che all’uscita da quel ristopub Marouane non era in grado di guidare a causa dell’alcool, o se anche avessi saputo che aveva la patente scaduta e l’auto non assicurata non gli avrei mai permesso di mettersi al volante” –
A parlare è il ragazzo che nella notte maledetta di domenica (quando hanno perso la vita Gianluca Carotti e Elisa Del Vicario) era seduto sul sedile passeggero dell’Audi A6 guidata da Marouane Farah. Ha un vistoso ematoma sulla fronte e il viso provato, sono i segni esteriori che si porterà addosso ancora per qualche giorno da quella notte. “Quelli interiori, lo so, li porterò dietro per sempre. Non ero io al volante, è vero, ma ho la colpa di non aver avuto coscienza della realtà delle cose e sento che posso solo chiedere scusa per tutto il dolore che quella serata ha generato”. Sembra sincero, non c’è spavalderia nelle sue parole. Ha accettato di parlare e raccontare quello che ricorda di sabato scorso, ma anche di come ha conosciuto Farah. Ci tiene a dire che è nato in Italia, che da una regione del sud si è trasferito una decina di anni fa nelle Marche e che è un ragazzo senza trascorsi con la giustizia e senza scheletri nell’armadio.
“Farah? Lo conosco da tempo – racconta – I connazionali che vivono in una zona, soprattutto tra noi marocchini, si conoscono tutti. Sapevo che aveva avuto qualche problema in passato, ma non ero bene al corrente di quanti e quali errori avesse commesso. Ho letto che quella sera Marouane aveva fumato hashish e se le analisi dicono questo non voglio certo smentirle, ma posso dire che non lo ha fatto nel tempo in cui è stato con noi”. C’era anche un terzo ragazzo, infatti, quella sera dentro l’Audi A6, un connazionale dei due che ha riportato nello schianto la frattura di un arto. “Lui era seduto dietro, io davanti a fianco a Farah” – ha raccontato.
Ma andiamo per ordine. “Ci siamo trovati a Monte San Giusto, in un bar, dove abbiamo consumato un aperitivo – ha spiegato cercando di ricordare tutti i minuti di quel sabato – Poi siamo saliti nell’auto di Marouane alla volta di Porto Recanati. In un ristopub della zona abbiamo mangiato qualcosa e consumato anche alcolici, due cocktail. Non avevamo, o almeno io non avevo assolutamente, la percezione di essere alticci. Mi rimprovero ogni giorno, da sette giorni ormai, proprio di non essermi reso conto che non era il caso di mettersi in macchina. Non sapevo che Marouane avesse la patente scaduta e che l’auto non era assicurata. Avessi saputo o solo avuto il sospetto di tutte queste cose non gli avrei mai permesso di mettersi al volante, o comunque io non sarei salito su quell’auto”. Smentisce che prima della tragedia l’Audi A6 avesse urtato un veicolo in sosta proprio a Porto Recanati. “I miei ricordi sono confusi – dice – Ma possibile che di questo incidente precedente di cui si è parlato io non ricordi proprio nulla? Almeno qualcosa avrei dovuto ricordare se fosse davvero accaduto. Prima dell’incidente guidava bene. Poi il sorpasso. Un sorpasso certamente azzardato, forse più una manovra spericolata che una perdita di controllo dovuta all’ubriachezza, e poi un fascio di luce che ha preceduto il buio più assoluto. Ho ripreso coscienza con la voce di Marouane che mi chiedeva se riuscivo a liberarlo dalla cintura di sicurezza, ma non ci sono riuscito. Mi sentivo soffocare, mi girava la testa, e sono sceso da quello che restava della macchina, sedendomi a terra lì vicino. Poi le sirene, la confusione, la percezione che forse anche qualcun altro si era fatto male”. In verità qualcuno era morto, una famiglia rischiava di scomparire. “Della tragedia – ha ricordato – lo ho appreso in ospedale, lì ho solo capito che un’altra auto era coinvolta, ma non la gravità dei fatti e la triste realtà delle cose. Mi dispiace, chiedo scusa, mi dispiace veramente tanto”.
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