Una singolare “lezione/ evento” presso l’Università di Macerata ha messo a confronto gli studenti con il Presidente dell’Eni scomparso il 27 ottobre 1962.
di Lucio Biagioni
Dice qualcosa ai ragazzi della generazione “Z” il nome di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, morto il 27 ottobre 1962 nell’attentato che fece precipitare il suo piccolo aereo bireattore nel cielo di Bascapè, di ritorno da Catania, in fase di atterraggio verso l’aeroporto di Linate? Conoscono, e cosa dice loro, quella tragedia che fu l’inizio e l’epicentro di una delle stagioni della storia d’Italia? E si collega in qualche modo la sua figura alla situazione attuale? ad esempio ai motivi per i quali un piano del governo per lo sviluppo dei paesi africani è stato, dopo tanti anni, improvvisamente intitolato a lui; così come è possibile stabilire nessi e paragoni fra ciò che fu la visione del presidente dell’Eni con quanto è tragica storia mediatica di oggi, le guerre che insanguinano il pianeta per il controllo “geopolitico” delle risorse e dell’energia?
Un pubblico di giovani attenti, felpe e laptops dispiegati e il desiderio di ascoltare e imparare, in sincronia con una diretta streaming che ha consentito a chi era collegato da remoto di partecipare real time la propria opinione, ha affollato giovedì 23 ottobre l’aula del corso di Psicologia Sociale del Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università di Macerata, curato della professoressa Alessandra Fermani. Una “lezione/evento”, che ha coinvolto il giornalista Maurizio Verdenelli, autore e curatore del volume “Mattei Forever” (Ilari Editore), il quale, con Maurizio Angeletti, Ivano Tacconi e Lucio Biagioni, ha lanciato temi e spunti da approfondire. “Il nostro interesse prevalente”, sottolinea la professoressa Fermani, spiegando le ragioni dell’iniziativa, “è naturalmente quello della comunicazione, di come la figura di un protagonista della storia italiana come Mattei possa ancora, a distanza di decenni, esercitare la sua influenza sulla informazione e la formazione dell’opinione pubblica, e comunque, ancora oggi, provocare un dibattito acceso. Una importante riflessione sui meccanismi, anche psicologici, della comunicazione.”

Prova ne sia l’attuale Piano Mattei, a lui intitolato ma in realtà assai diverso (e anni luce lontano dalla sua radicalità) di quello del Presidente dell’Eni, che propose, oltre alla garanzia d’impiego e qualificazione della forza-lavoro locale, di accordare il 75 per cento dei profitti del greggio ai paesi produttori (che si chiamavano Persia, Marocco, Libia, l’Algeria del Fronte di Liberazione Nazionale) contro il 50 per cento offerto dal cartello petrolifero mondiale. Vantaggi enormi ai paesi produttori di greggio, nel nome di una anticolonizzazione e di un rapporto paritario – oggi si direbbe multilaterale – di un mondo bisognoso per vivere e sopravvivere di cooperazione e coesione. Una deflagrazione, un terremoto per come andavano allora le cose. Una potenziale rivoluzione che fece di Mattei e del “Matteismo” un “public enemy”, un pericolo pubblico da eliminare, come infine fu eliminato. Verità acclarata dalla seconda indagine sull’accaduto a Bascapè, quella del procuratore di Pavia, cinquecento pagine di relazione, impressionanti per il loro rigore e inattaccabilità, che pure non hanno impedito – ed è storia dell’oggi – ad un grande giornale nazionale di dedicare una intera pagina ad un personaggio che, sul canovaccio di una identica intervista non citata e vecchia di due anni prima ad un’altra testata, dichiarava a maggio di detenere “la prova che smonta il complotto” e che Mattei non fu ucciso, ma forse morì dal freddo.

Il fatto è che, a distanza di decenni, Mattei graffia ancora, anzi ferisce e fa male, aldilà del suo essere giubilato, perché la sua figura e visione eccedono ogni tentativo di normalizzazione. Si tenta d’imbrigliare il suo pensiero nei confini di quel documento del 1943, che studiosi cattolici e politici democristiani titolarono con immaginazione non esente da pompa “Codice di Camaldoli” (di questo anche si è parlato nell’aula di Macerata), dove c’è l’idea di una filosofia cattolica che ingloba capitalismo sociale ed uno Stato ed una economia che obbediscàno sì a criteri di equità, ma ancora parlano della legittimità di una “colonizzazione” giusta, da avviarsi (vi suona un campanello?) tramite opportuni accordi fra gli Stati, fatti salvi i diritti dei “concedenti”.
Ma Mattei era troppo vasto, soprattutto troppo libero per operazioni costipate. Rompe gli schemi e fa della sua azione non uno spin off della dottrina sociale cattolica e democristiana, ma, al contrario, dalla sua azione crea, fa germinare una nuova, rivoluzionaria filosofia pratica (ancora da analizzare con cura) – talmente rivoluzionaria da sconvolgere ideologie e blocchi contrapposti, nel nome dell’unità e della cooperazione del genere umano. Temi semplici e capitali, che, a decenni di distanza, consònano con Papa Francesco, la nuova Chiesa e il suo battersi per l’ecologia e una nuova economia, la custodia del Creato e l’uguaglianza fra i popoli.
Far vibrare questi temi in un’aula universitaria di futuri giornalisti e comunicatori è stato un bel modo per ricordare quel lontano 27 ottobre, e rafforzare l’impegno delle giovani generazioni. Che si chiamino Z o successive.
Nell’ambito dell’insegnamento di Psicologia sociale a cura della prof.ssa Alessandra Fermani all’aula due, primo piano della sede Unimc alle Logge del Grano in via don Minzoni 22/A (ore 9-11) il tema dedicato a Mattei e’: ‘Dal Codice di Camaldoli all’Eni’.


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